I contenuti informativi presenti in queste pagine non forniscono indicazioni sulla sicurezza dei luoghi descritti o, in generale, sulla loro accessibilità in condizioni di sicurezza. Le cavità naturali e i geositi hanno valore geoscientifico e/o paesaggistico e sono spesso accessibili solo da una utenza esperta, adeguatamente attrezzata. La visita a questi luoghi deve avvenire rivolgendosi a guide escursionistiche abilitate e si consiglia pertanto di informarsi puntualmente prima di accedervi, consapevoli dei rischi cui ci si espone.
I geositi carsici, che si sviluppano in valli cieche, doline, inghiottitoi, grotte, forre ecc., per una visita richiedono ulteriori competenze specifiche, attrezzature adeguate e la presenza di Speleologi esperti. Gran parte di questi ambienti si trova all'interno di Parchi, Riserve naturali e Aree protette e quindi l'accesso è sottoposto a regolamentazione specifica. Le visite, limitate comunque a poche cavità adeguatamente attrezzate, possono essere svolte accompagnati da Guide Speleologiche riconosciute dai Parchi. Per visite che abbiano uno scopo di ricerca e studio ci si pụ avvalere degli Speleologi dei Gruppi affiliati alla Federazione Speleologica Regionale dell'Emilia-Romagna (www.fsrer.it).
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La Grotta del Farneto è stata scoperta nel 1871 da Francesco Orsoni, che vi ha estratto innumerevoli manufatti litici e fittili riferibili all’intero periodo del Bronzo, divenendo una delle più importanti stazioni preistoriche del paese. Le sue prospezioni che si sviluppano, pur con interruzioni, fino al 1895, si sono estese non solo al piano intermedio della cavità, ma anche a quello inferiore, attivo. Un unico dagherrotipo raffigura una piccola costruzione di legno, realizzata all’ingresso della Grotta per salvaguardarne l’integrità. All’interno Orsoni vi aveva allestito una prima esposizione dei reperti, grazie ai quali, nel 1884 il Comune di Bologna si vide assegnare il “Diploma d’Onore”, massima onorificenza alla Esposizione Generale Italiana di Torino. Le collezioni Orsoni si trovano ora nei Musei Pigorini di Roma e Civico di Bologna. Nel 1959 Luigi Fantini (GSB), certo del fatto che il Farneto costituisse il tronco terminale di un Sistema carsico che ha origine dalla serie di inghiottitoi impenetrabili che si trovano sul fondo della Valle cieca di Ronzana, con recapito in dx del T.Zena, effettua una colorazione con fluoresceina, che conferma il “Fontanaccio” come punto di risorgenza delle acque. Alla fine degli anni ’50 il GS Emiliano di Modena, guidato dal Prof. Mario Bertolani, intraprende la riorganizzazione del Catasto delle cavità naturali della Regione, opera indispensabile in quanto il Catasto Nazionale, conservato dall’Istituto Italiano di Speleologia di Postumia, a seguito degli eventi bellici, è caduto in mano Jugoslava. Bertolani compie la prima esaustiva esplorazione speleologica della Grotta del Farneto, risalendo con difficoltà il torrente per oltre un centinaio di metri e scoprendovi due vasti ambienti, che da allora, a seguito dell’ulteriore alluvionamento del cunicolo allagato, non sono mai più stati raggiunti.
Dalla campagna di ricerche avviata nel 2012 dal GSB-USB nella Dolina dell’Inferno, attigua alla Valle cieca di Ronzana, è emerso recentemente (2016) che nel collettore del Sistema Ronzana-Farneto convergono anche le acque derivate dal Sistema Partigiano-Modenesi, finora il più vasto dell’area carsica Zena-Idice, collocato nella porzione più meridionale ed elevata della Dolina. Fino allora si era ritenuto infatti, erroneamente, che esse defluissero in direzione della Grotta Carlo Pelagalli (ER BO 425), in una con i contributi di molte altre cavità sparse nella depressione dell’Inferno. Considerato che nel 2017 le nuove esplorazioni all’interno della Grotta della Casupola, situata all’estremità settentrionale della Dolina dell’Inferno, sono penetrate in un terzo collettore che alimenta il Sistema Cioni-Ferro di Cavallo, con risorgente a Cà Masetti, si può affermare che lo schema idrologico del comparto è ben lungi dall’essere chiarito, soprattutto per quanto riguarda l’adiacente Dolina di Goibola.
I gessi del Farneto si affacciano al Torrente Zena con stratificazioni molto acclivi (60°), immerse a NE, intercalate da strati marnoso-argillosi la cui potenza, in alcuni casi, deve aver contribuito, insieme alle direttrici delle faglie, ad isolare i collettori dei Sistemi carsici dell’intero affioramento. La Grotta del Farneto si presenta costituita da tre livelli principali: quello più alto (Sale dei Pipistrelli), sebbene molto tettonizzato, ha evidentemente assolto alle funzioni di paleorisorgente di un bacino estremamente circoscritto. In quello intermedio, oltre lo storico portale, si succedono ambienti di crollo, generalmente con tetto a capanna, che tuttavia conservano brandelli di morfologie (sostanzialmente canali di volta) legate ai processi genetici della cavità. Il tracciato si svolge quindi lungo una teoria di vani più o meno ampi, raccordati da brevi, angusti corridoi e cunicoli. Lateralmente alla terza sala si apre l’unico punto di accesso al livello inferiore, che introduce al torrente, ove la progressione è condizionata e quasi sempre impedita dalle diverse condizioni di alluvionamento. Al un centinaio di metri dall’ingresso si trova la cosiddetta Sala del Trono, la cui volta piatta è solcata da una fitta rete di canali e cupole di evorsione, chiaro indice di antiche fasi di sommersione. I vari livelli, o piani della Grotta, si sono formati seguendo pedissequamente l’evoluzione altimetrica (certamente non univoca) del corso d’acqua ricevente e quindi della Val di Zena.
La Grotta del Farneto ed il vicino Sottoroccia, che hanno fornito preziose testimonianze della frequentazione di quegli ipogei nei periodi del Bronzo e del Rame, sono stati a lungo insidiati dall’attività della cava Calgesso. Per decenni non sono valsi ad arrestare le estrazioni, che si spingevano fino a 6m dal Portale, né le denunce di Luigi Fantini, Ispettore della Soprintendenza Archeologica, né quelle avanzate reiteratamente dal GSB-USB. Quando la Provincia di Bologna nel 1974 ha acquistato l’area del Farneto, estromettendovi la cava, la situazione statica del fronte di cava era già irrimediabilmente compromessa, al punto che non sono stati sufficienti a contrastarla i grandi investimenti pubblici che hanno tentato di ripristinarla. L’impiego di ingenti ”volate” di esplosivi ha infatti fratturato l’ammasso gessoso, provocando la serie di rovinose dislocazioni di blocchi che hanno interessato e distrutto il famoso Sottoroccia e poi causato, nel 1991, il collasso dello stesso portale della Grotta, presente un tempo nell’elenco dei Monumenti Naturali della Provincia di Bologna.
Al di là dei danni inferti all’esterno dalla cava, anche i primi ambienti della Grotta hanno subito danneggiamenti irreversibili, causati dall’intensa, incontrollata frequentazione di visitatori e vandali che si è succeduta nella cavità fin dagli inizi del ‘900 e che ha comportato la predazione di ogni forma di concrezionamento e la deturpazione delle pareti con graffiti di ogni dimensione. Il Parco ha organizzato e gli speleologi del GSB-USB hanno condotto due interventi di bonifica, che hanno sortito solo un’attenuazione dell’impatto visivo delle scritte. La cavità è stata anche oggetto di occupazione da parte di un comando tedesco, che - per renderla più ospitale – ha rivestito le pareti in legno, arso sul posto dagli sfollati che vi si sono succeduti nel 1944, abbandonandovi poi una indescrivibile volume e varietà di masserizie. Nel 1952 Luigi Fantini ed il GSB hanno intrapreso la pulizia della Grotta e vi hanno installato la gradinata in conci di gesso ancora in esercizio.
Nel 1971 l’USB ha riattato gli accessi e costruito un cancello interno, riaprendo la Grotta alle visite, ma la rapida successione dei crolli ha interrotto ogni ulteriore iniziativa. Dopo i grandi quanto vani interventi di ripristino, cui è succeduto il collasso del portale, il Parco dei Gessi Bolognesi nel 2008 ha provveduto ad eseguire nuove opere di contenimento del fronte, costruendo una scala a chiocciola che bypassa la gigantesca frana ed immette nella prima sala della Grotta, restituita alla fruizione pubblica mediante visite guidate.
Nel 2017 ricominciano le operazioni di scavo nel cunicolo allagato dei rami bassi, tentando l'accesso alle sale dimenticate esplorate dai modenesi e la via verso le porzioni a valle del grande sistema carsico proveniente da Ronzana/Modenesi-Partigiano.
Nel 2020 è stato possibile riaccedere alle perdute Sale dei Modenesi, ed esplorare nuove diramazioni. Gli scavi nel torrente Acheronte, con mute da 5 mm, hanno permesso di risalire verso monte per 50 m lungo la galleria allagata attiva. Attualmente la grotta presenta uno sviluppo di 1.7 km e un dislivello complessivo di 42 m (nuovo rilievo topografico eseguito nel 2020-2021).
Pianta e sezione in tavola unica, settembre 2021
Ultima Thule
Ultima Thule raggiunta nuovamente nel 2020
Sala del Trono
Sala nel ramo medio
Condotta nel ramo inferiore
Scritte storiche sul soffitto
Gli oggetti in bronzo rinvenuti
La cava Calgesso in piena attività nel 1972
Torrente Acheronte
Rilievo nel Cunicolo Infernale
Sala F. Orsoni antica caverna di ingresso inferiore