Affioramenti calanchivi delle Marne del Termina che rivestono una particolare importanza in quanto rappresentano uno dei pochi casi di lembi tortoniani non eccessivamente disturbati dalla tettonica, con affioramenti di calcari a lucine, interpretati come piccole scogliere sottomarine ricche di resti fossili, testimonianza di comunità di organismi alimentati da batteri che si alimentavano da fuoriuscite di gas metano (chemioerme metanogeniche).
Geografia
Superficie totale: 7.53 ettari.
Quota altimetrica minima 303.1m. s.l.m., quota altimetrica massima 368.2m. s.l.m.
Perimetro geosito e Carta geologica
Descrizione
Nei calanchi ubicati all'altezza del bivio per Le Braide, in direzione ovest dalla strada che da Montebaranzone conduce a Varana, affiorano diverse litologie appartenenti alla Formazione del Termina (Successione Epiligure). Dalla base verso l'alto dell'affioramento sono distinguibili:
1) peliti marnose, talvolta sabbiose a stratificazione non sempre ben definita, di colore grigio chiaro se alterate, spesso macrofossilifere. Lenti, di estensione da decimetrica a metrica, costituite da marne calcaree ricche di modelli interni di lucinidi ed, in via subordinata, di altri bivalvi e più rari gasteropodi, s'intercalano, con passaggi graduali alle peliti: i lucinidi sono disposti a nidi, con le valve riunite ed in posizione di vita. Analisi geochimiche consentono d'interpretare tali comunità oligotipiche come chemioerme metanogeniche;
2) arenarie giallastre risedimentate medio-grossolane (Membro di Montebaranzone), in strati in genere poco cementati, da medio-sottili a spessi, con alla base talvolta livelli di tritume conchigliare e più raramente brecce argillose a provenienza ligure. Tali arenarie, nell'area di Montebaranzone, sono incluse come corpi lentiformi entro le citate marne.
Campioni raccolti hanno fornito associazioni d'età tortoniana. Queste località rivestono una particolare importanza stratigrafica, in quanto rappresentano uno dei pochi casi di lembi tortoniani di Successione Epiligure, non eccessivamente disturbati dalla tettonica.
1) L'ambiente di sedimentazione è genericamente di scarpata o di transizione alla piattaforma esterna. La presenza di orizzonti arricchiti in sostanza organica può indicare il temporaneo instaurarsi di una circolazione ristretta con sviluppo di condizioni anossiche, comuni anche alle peliti pre-evaporitiche e prodromi della "crisi di salinità" messiniana. I processi sedimentari sono attribuibili a correnti di torbida poco concentrate e a decantazione emipelagica.
2) Chemioerme metanogeniche: sotto un nome così particolare si nascondono quelli che, più comunemente, vengono chiamati "nidi di Lucine". Si tratta di strutture di pochi metri o poche decine di metri di estensione in cui si trova un addensamento di fossili di conchiglie bivalvi, appartenente al genere Lucinae, generalmente cementate da una matrice calcarenitica. La loro genesi è molto particolare.
A differenza delle tipiche colonie bentoniche, legate al ciclo dell'ossigeno e della luce, anche in aree marine molto profonde e buie, là dove si verificano particolari venute di gas e di composti dello Zolfo, si riesce a creare in ambiente favorevole allo sviluppo dapprima di batteri chemiosintetici (che cioè si autoproducono il nutrimento ossidando lo zolfo o il metano, o ancora riducendo i solfati) e poi, di conseguenza, degli organismi superiori che se ne nutrono. Questo è il caso delle Lucine, bivalvi che vivono in endosimbiosi con colonie di batteri chemiosintetici. I batteri sfruttano energia chimica al posto della luce solare (un processo chiamato chemiosintesi, che in questo caso si sostituisce alla fotosintesi, non realizzabile a grandi profondità marine) e trasformano i composti inorganici in sostanze utili ai bivalvi, che crescono abbondanti e di grandi dimensioni, fornendo a loro volta protezione ai batteri. Si tratta di veri e propri ecosistemi che funzionano perfettamente senza il bisogno della luce del sole, mostrandoci com'era la vita ai primordi sul nostro pianeta.
Le reazioni chimiche che si vengono a formare in questo peculiare ambiente permettono poi la contemporanea deposizione di carbonato di calcio che precipita e dà luogo ai carbonati con nidi di bivalvi. I nidi di lucine diventano così "chemioerme", cioè accumuli legati ad a reazioni chimiche basate su organismi chemiosintetici e non legati alla luce, come invece sono i coralli (bioerme).
In altre parole: dove i fondi marini erano ricchi di emissioni di gas che risalivano dalle profondità (in genere metano) questi alimentavano delle comunità fiorenti, che costituivano delle oasi fertili circondate da zone invece povere di fauna, spiegando quindi perché i carbonati comparivano di estensione locale e limitata solo a zone particolari delle formazioni incassanti.
Questi fenomeni sono stati riconosciuti ancora oggi in molti dei fondali oceanici attuali, tipo là dove vi sono le dorsali attive o, comunque, attività vulcanica o idrotermale attiva.
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"Il Calcare a Lucina pomum della Successione Epiligure dell'Appennino modenese: stratigrafia, sedimentologia e dati geochimici." - CONTI S., GELMINI R., PONZANA L. & SIGHINOLFI G.P. [1996] Accad. Naz. Sci. Lett. Arti di Modena, Collana di Studi, 15 (1996) - Miscellanea Geologica, 105-139.
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"Documentazione biostratigrafica sul Miocene delle sinclinali del Pigneto e di Montebaranzone (Appennino modenese)." - FIORONI C. & PANINI F. [1987] Mem. Soc. Geol. It., 39 (1987), 297-318.
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