Tratto fluviale in erosione con alveo profondamente incassato nel substrato roccioso, lungo il quale è messa in luce una successione marina plio-pleistocenica molto fossilifera, di interesse stratigrafico e paleoambientale per il limite Plio-Pleistocene.
Sezione stratigrafia affiorante lungo il T. Stirone - Foto Archivio Servizio Geologico
Sezione stratigrafia affiorante lungo il T. Stirone - Foto Archivio Servizio Geologico
Serravalliano - Tortoniano lungo l'alveo del T. Stirone - foto Gianluca Raineri
Serravalliano - Tortoniano lungo l'alveo del T. Stirone - foto Gianluca Raineri
Il Tortoniano lungo il T. Stirone - foto Gianluca Raineri
Il Tortoniano lungo il T. Stirone - foto Gianluca Raineri
Piano di faglia nella successione Tortoniana - foto Gianluca Raineri
Piano di faglia nella successione Tortoniana - foto Gianluca Raineri
Tratto fluviale con alveo profondamente incassato nel substrato roccioso, lungo il quale è messa in luce una successione di strati molto fossilifera, di interesse stratigrafico per il limite plio-pleistocene. Lungo il greto i fossili vanno a comporre una frazione del materiale alluvionale trasportato.
La storia più recente dello Stirone è analoga a quella di tanti corsi d'acqua appenninici: sino a pochi decenni fa le acque del torrente scorrevano al livello dei terrazzi più prossimi all'alveo, in un caratteristico greto ghiaioso. A partire dagli anni '50, con l'utilizzo di ingenti quantitativi di materiali inerti nella costruzione dell'Autostrada del Sole, si avviò lo sfruttamento dei depositi ghiaiosi dei greti. Questi scavi causarono un ringiovanimento dei processi erosivi, attraverso i quali il corso d'acqua tende a ricostruire un nuovo profilo logitudinale, in equilibrio con l'aumentata forza delle sue acque causata dagli scavi (raccordato agli abbassamenti creati dalle escavazioni). Come per molti corsi d'acqua appenninici, l'erosione lungo lo Stirone fu esasperata dalla presenza, sotto le ghiaie, di un substrato roccioso argilloso, in cui le acque incisero rapidamente un solco che ha raggiunto oggi, in più tratti, la profondità di diversi metri. I primi effetti di questa erosione si manifestarono agli inizi deli anni '60 all'altezza di Laurano, e col passare degli anni interessarono progressivamente tratti del greto sempre più a monte, evidenziando un tipico fenomeno di erosione regressiva, mettendo a nudo le rocce del substrato per lunghezze (e spessori) sempre maggiori. Questa rapida evoluzione è stata "vissuta", piena dopo piena, dagli appassionati paleontologi, pionieri della tutela di quest'area, che frequentavano già allora le rive dello Stirone in cerca dei reperti fossili che venivano alla luce, abbondanti, dopo ogni evento di piena.
Nella zona compresa fra la località Bocca e Scipione ponte affiora una significativa successione sedimentaria marina tardo miocenica intensamente fagliata e per lo più riccamente fossilifera. Oltre ad una ricca malacofauna ad affinità tropicale indo-pacifica già oggetto di studio da R. Marasti (1973), anche se non sempre in buon stato di conservazione, e ad un interessante "reef" a brachiopodi, da questo affioramento sono emersi importanti reperti fossili di cetacei, tra cui spicca l'olotipo di Plesiobalaenoptera quarantellii , oggi conservato presso il Museo "Il mare antico" di Salsomaggiore Terme.
All'altezza di Scipione ponte, lungo le scarpate che bordano un ampia curva del torrente, ha inizio la serie fossilifera dello Stirone. Gli strati sono inclinati verso nordest con direzioni trasversali all'asse del torrente e quindi camminando lungo il greto nel senso dello scorrimento delle acque si passa dagli strati più antichi (i più bassi dal punto di vista stratigrafico) a quelli più recenti.
I primi (più antichi) affioramenti fossiliferi sono costituiti da un livello di arenarie organogene del Miocene medio-superiore (Tortoniano, intorno ai 10 milioni di anni fa); tra numerosi fossili mal conservati è caratteristica la Terebratula sinuosa, un brachiopode il cui guscio, dalla tipica forma a lanterna romana, presenta il caratteristico e pronunciato umbone forato. In queste rocce sono stati trovati anche i resti di uno scheletro di balenottera, conservati nel museo di Salsomaggiore.
Più a valle, dopo il ponte della Strada Salsediana, ha inizio un affioramento di argille grigie plioceniche che continua sino a San Nicomede. Negli strati del Pliocene inferiore le specie bentoniche fossili, cioè quelle che vivevano sul fondo, sono indicatrici di profondità comprese tra i 150-300 metri. Caratteristici sono i gasteropodi "Ficus ficoides", fossile guida del Pliocene inferiore, dalla bella conchiglia globosa decorata da fini striature, e "Murex spinicosta". Il passaggio al Pliocene superiore è segnato, circa un chilometro più a valle, da un aumento di resti di bivalvi tra cui abbondantissimi "Pecten jacobaeus" e "Clamys opercularis": queste associazioni faunistiche (i bivalvi sono erbivori e qindi legati a zone di mare basso con abbondanti alghe) documentano una diminuzione della profondità dei fondali. Tra i gasteropodi è abbondante "Turritella tricarinata" e caratteristico è "Argobuccinum giganteum". Poco a valle di San Nicomede, dove ha inizio il Museo all'aperto, le argille grigie del Pliocene superiore (qui ricchissime in fossili) passano a strati bruno aranciati di calcareniti organogene (dove sino a pochi anni fa si trovavano le "cascate di San Nicomede"), che segnano un ulteriore diminuzione di profondità. Sopra il livello calcarenito si trova il passaggio tra sedimenti del Pliocene e del Pleistocene. La datazione precisa di questo limite è oggetto di continui dibattiti scientifici, e anche lungo lo Stirone, sebbene i sedimenti relativi sino corredati da una ricchissima ducumentazione fossile, non è stato ancora chiaramente localizzato. Il passagio si caratterizza per un generale raffraddamento climatico che portò, nelle zone del Mediterraneo, alla scomparsa di specie legate ai climi caldi e alla comparsa dei cosiddetti "ospiti freddi", migrati per le condizioni favorevoli dai mari del nord. Tra questi, il più facile da riconoscere è "Arctica islandica", un grosso bivalve dallo spesso guscio grigio, che giunse nei mari più meridionali dalle zone dell'Atlantico settentrionale, dove ancora oggi vive.
La successione quaternaria continua verso valle con strati argillosi, sabbiosi, argilloso-sabbiosi, sabbiosi e argillosi che documentano in questo periodo l'avvicendarsi, ai margini dell'Appennino (tra le colline appenniniche e il mare padano), di ambienti marini costieri, lagunari salmastri, di dune litoranee e di ambienti lacustri. Queste evoluzioni ambientali sono legate al progressivo ritiro del mare, dovuto anche agli ultimi sollevamenti orogenetici che hanno interessato, anche in epoche recentissime, il margine appenninico padano. Tra i fossili marini quaternari, particolare è il genere "Xenophora", la cui conchiglia è decorata da numerosi oggetti duri (gusci di altri molluschi, sassolini, frammenti rocciosi) che l'animale inglobava dal piede durante la crescita con lo scopo (per) di rafforzare il guscio. "Xenophora crispa" e la frequentissima "Venus multilammell" sono specie tipiche di fondali fangosi tra gli 80 e i 100 metri che si ritrovano abbondanti e ben conservati insieme a faune di mare basso, a testimoniare forse una "migrazione" verso l'alto, di questi organismi, dai fondali più profondi verso le spiagge, in seguito all'avvenuto raffreddamento climatico.
Negli strati di lagunari si ritrova "Theodoxus isseli", dal piccolo guscio che conserva ancora l'originaria pigmentazione, caratteristico di ambienti salmastri.
Importanti resti vegetali carbonificati caratterizzano gli strati quaternari: semi e frutti diversi, come pigne e noci, tronchi e pollini fossili, hanno fornito una documentazione paleoclimatica sulla base della quale paleobotanici tedeschi vedono il limite Plio-Quaternario molto al di sopra di quello stabilito mediante le associazioni di micro e macro fossili. Nelle argille quaternarie lacustri di colore verdastro, i cui affioramenti si seguono da Laurano sino a Fidenza, sono stati trovati resti di rinoceronte ("Dicerorhinus hemitoechus") conservati presso l'Istituto di Geologia dell'Università di Parma.
"A new balaenopterid whale from the late Miocene of the Stirone River, northern Italy" - Bisconti M. [2010] Journal of Vertebrate Paleontology
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